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May 05  I veleni della politica
"E
le tre ragazze entrate effettivamente nelle liste delle candidature
per le europee? :Lara Comi ha due lauree, ha coordinato i giovani del
Pdl in Lombardia, è dirigente della Giochi Preziosi. Mai andata in tv.
Licia Ronzulli è una manager della sanità di altissimo livello, è
responsabile delle professioni sanitarie e delle sale operatorie del
Galeazzi; l’imprenditore della sanità Giuseppe Rotelli la stima molto,
va due volte l’anno in Bangladesh. Barbara Matera è laureata in
scienze politiche, me l’ha consigliata Gianni Letta, è la fidanzata
del figlio di un prefetto suo amico. Ecco, ha fatto una parte in
Carabinieri 7 su Canale 5, ma mai la velina. Insomma, mi creda, è una
montatura. Parliamo di tre ragazze in gamba su settantadue candidati.
E che male c’è se sono anche carine? Non possiamo candidare tutte
Rosy Bindi... "
L'intervista
sul 'Corriere' di oggi al presidente del consiglio approfondisce altri
temi di natura semi-privata che lasciamo alla valutazione del lettore.
Qui pare invece importante sottolineare come in Italia non sia ancora
possibile fare un passo avanti verso una politica che non sia intrisa
di veleni e non conduca ad sempre più grave imbarbarimento del costume
sociale.
Ci
viene da pensare che alla fine tutto questo non sia frutto di una
democrazia tentata e non realizzata, immatura e inaffidabile perché
sorretta da consorterie che badano solo al potere e non ai cittadini e
al benessere, in tutti sensi, della società.
Al
momento in cui scoppiò il dramma del terremoto, sembrò che
l'opposizione all'attuale governo avesse fatto una scelta di
solidarietà sociale nel segno della nazione, per garantire la
ricostruzione nel modo migliore, e nei tempi più solleciti, delle zone
dell'Abruzzo colpite dal sisma.
Dopo
poche settimane, la legge della jungla ha prevalso, travolgendo il
clima di concordia, che sembrava potesse prevalere sulle fazioni, con
distorsioni della realtà, diffamazioni, calunnie ed odi personali.
Non
c'è da aspettarsi niente di buono, se la vita privata di un personaggio
pubblico, senz'alcuna preoccupazione per la verità, viene usata come
strumento di lotta politica, facendo prevalere il gossip sulla privacy ed il trash su alcune regole fondamentali della democrazia autentica.
Altro
che federalismo, sussidiarietà, autonomia e tutte le garanzie, che si
vogliono attuare nel nome dello stato di diritto e del rispetto della
persona.
In
questi giorni si assiste ad uno spettacolo indecente, un ritorno alla
clava e alla tribù (con tutto il rispetto per la tribù).
Non siamo ancora un paese unito, se di fronte alle tragedie, l'argomento più importante da dibattere consiste nel quesito: veline sì, veline no? December 15  Questa storia della
mancata attuazione dell'economia del libero mercato, pure nei paesi più adatti a
farla crescere (Usa e Gran Bretagna), mi ricorda troppo i fallimenti del
socialismo reale e l'invocazione di un socialismo "autentico" da parte
dei delusi della rivoluzione comunista, i quali continuano a credere nella
divinità del marxismo.
Mi pare che
l'utopia liberista mieta vittime sacrificali al dio del mercato, in
attesa del paradiso in terra, né più né meno come capita a chi continua a
credere in un comunismo diverso dall'unico realizzabile e
realizzato. October 31
Non solo Presidente emerito della Repubblica, ma emerito sardo, il senatore a vita Francesco Cossiga, in un'illuminante intervista concessa al gruppo QN, Il Giorno, La Nazione, Il Resto del Carlino, rispondendo alle domande di un illustre commentatore come Franco Cangini, ha tracciato un quadro del nostro paese e di quanto accade in questi giorni, senza reticenze o pregiudizi, senza titubanze o ipocrisie, ma semplicemente con chiarezza estrema ed acume brillante, da sardo colto, dotato di senso dello Stato, esperto della macchina politica, parlamentare e burocratica dell'Italia, esponendo valutazioni molto attente alla realtà sociale ed ai gravi rischi, che la nostra fragile comunità nazionale corre per il riaccendersi di polemiche ideologiche, le quali non aiutano certamente ad affrontare la grave crisi del momento, alla quale occorrebbe rispondere con spirito di concordia e volontà di riforme.
Cossiga è un sardo autentico, individualista, con lo spirito rivolto al futuro, ma ricco del patrimonio ideale della tradizione della propria terra. Non è amante dei compromessi, è un anarchico celestiale, che crede nel cattolicesimo, nella religione della libertà e nella lealtà come regola di vita.
Ricordo ancora come celebrasse, qualche tempo addietro, la sua amicizia con Mesina e ne ricordasse il gesto d'amicizia nel porgergli il coltello dalla parte del manico, in segno di fiducia e stima, da uomo che aveva ampiamente saldato il proprio debito con la giustizia con grande dignità.
Chi l'avrebbe fatto tra i potenti, chi l'avrebbe sottolineato con parole dense di commozione di orgoglio?
Alcuni giorni fa, nel proclamare la sua solidarietà a Del Turco, non mancò di aggiungere che sarebbe andato a trovarlo in carcere, da amico, se l'avessero condannato quale responsabile dei fatti oggetto di accuse infamanti, peraltro ancora tutte da provare.
'amicizia, la generosità, il senso di giustizia, la volontà di stare dalla parte del più debole, il rispetto della verità e della parola data, il coraggio morale.
Queste doti, che una volta caratterizzavano il sardo e che oggi, purtroppo, vanno diluendosi nella modernità ingannatrice della globalizzazione e del consumismo, sono la cifra più pregiata per Francesco Cossiga, il quale non cessa di farne uso e di distribuirla con aristocratica dovizia e senso dell'umorismo, con spiccata ironia ed orgoglio d'isolano antico.
Lunga vita al Presidente, che migliora ogni anno di più nelle sue qualità di uomo esemplare per i galantuomini ed i cittadini amanti del proprio paese e preoccupati del suo destino.
October 17 Forse gli oppositori al sistema scolastico, che si va delineando in Italia non trovano argomenti più validi del presunto razzismo, per contestare le scelte del governo e quindi sono obbligati agridare ancora una volta al lupo al lupo!, per avere qualche eco a proteste, le quali, col passare del tempo e le prime verifiche reali, verranno svuotate di contenuto.
La separazione delle classi, a seconda del grado di conoscenza dell'Italiano, è una misura detta dal buonsenso e dalla ricerca di maggiore funzionalità nella scuola: in buona sostanza è un ausilio in più agli stranieri che studiano in Italia.
A leggere, poi, i commenti sui giornali non filogovernativi, si apprendono notizie positive circa il gradimento della riforma da parte d'insegnanti (gli unici ad aver fatto esperienza sul campo) e genitori che abbiano seguito, con attenzione, le alterne vicissitudini delle classi prive di un minimo di uniformità, nella realizzazione dei piani di studio.Sul "Corsera" è stata pubblicata la lettera di un padre che racconta l'esperienza del figlio studente in Inghilterra, al quale è stato negato l'accesso all'Università, per non avere il requisto della conoscenza della lingua inglese al 100%.
Per due anni ha dovuto studiare l'inglese e poi la sua iscrizione è stata accettata.
Gl'inglesi sono razzisti?
Sullo stesso giornale, alcuni insegnanti, avendo avuto l'esperienza negativa di un programma scolastico, che non poteva essere svolto compiutamente, a causa della presenza di alunni indietro con l'apprendimento dell'italiano, hanno manifestato il loro consenso alla separazione delle classi, ritenendola più produttiva per l'apprendimento di italiani e stranieri, sia per la funzione di sostegno in tal modo concessa agli allievi meno istruiti, sia per per l'omogeneità e la regolarità nello svolgimento dei programmi, garantita, nel contempo a quanti, senza distinzione di razza, non hanno difficoltà di comprensione della lingua.
Si tratta di segregazione o di scelta equilibrata, per evitare che il gap nella scuola si prolunghi o aumenti nel tempo?
Il discorso è ancora una volta semplice: c'è chi vuole gettare l'ombra del razzismo, per speculazioni di partito.Qui si dà per scontato un fatto non accertato e non ipotizzabile: la segregazione.
E' un modo di ragionare scorretto e un po' infantile, che stravolge gli avvenimenti ad uso e consumo di una polemica di bassissimo livello.Quando l'ideologia diventa il criterio di generale interpretazione del la realtà, si commettono errori gravissimi, creando i presupposti per il fanatismo e la violenza.Noto come siano sempre più diffusi linguaggi e comportamenti, che aumentano la confusione e l'ignoranza, dettati unicamente dai preconcetti favoriti dalla propaganda e dalla manipolazione delle idee.Ecco, io vorrei una società che non sia schiava dei pregiudizi ideologici e delle superstizioni politiche, ma affrontasse i problemi alla luce della razionalità e del senso del reale, per quanto possibile.
Altrimenti, si rischia prima il ridicolo e la farsa e poi la tragedia.
Forse è questo il risultato che si vuole raggiungere?
Attenzione però a non gridare troppo spesso al lupo al lupo!
Si fa il gioco di chi antirazzista non è. October 10
"Non sottovalutiamo i recenti fenomeni di violenza. L'Italia è un Paese dalla forte tradizione cattolica. Perciò non vanno confusi gli atti isolati di pochi ignoranti con il sentimento della società italiana. Determinati fenomeni non debbano venire sottovalutati, né affrontati con superficialità."
Sono parole della Ministra Mara Carfagna, la quale da quando ha assunto iniziative piuttosto eclatanti, invocando in qualche occasione la cattolicità degli italiani, ha suscitato polemiche aspre e incandescenti, soprattutto per opera delle donne.
Ricordiamo tutti la squallida rappresentazione della Guzzanti, in piazza con i disobbedienti all'esordio del nuovo Governo, e le oscenità pronunciate anche contro la parlamentare della maggioranza.
Ora, le frasi surriportate hanno consentito di proporre ulteriori critiche, perché non sposano le tesi dell'opposizione e citano ancora una volta lo spirito cattolico della nostra popolazione e, quindi, la propensione all'ospitalità e alla tolleranza verso gli stranieri, che vengono invece negati dall'intellighenzia di sinistra.
E' strano come il fanatismo alligni negli ambienti laici e progressisti, degni eredi della rivoluzione giacobina, contro tutto ciò che non s'inquadra negli schemi mentali stereotipati della vecchia ideologia paramarxista, vera malattia infantile, che tuttora affligge gli eredi del sessantotto.
Se poi si scatenano odi razziali, per la dissennatezza di chi antepone al buon senso il fondamentalismo neo-illuminista, non soppesando adeguatamente le conseguenze, che le polemiche esasperate e dozzinali possono provocare, lo si è visto da poco con la povera Santanchè, la quale ha dovuto rifugiarsi tra le guardie del corpo, per non subire aggressioni, fomentate dai soliti spiriti rivoluzionari (da salotto).
A scoppiettanti performance antirazziste e di comodo, per dare addosso, comunque sia, alla compagine governativa si assiste ogni giorno. L'ultima riguarda proprio la Carfagna, rea di aver pronunciato frasi equilibrate, per cercare di valutare obiettivamente la situazione legata alla violenza e all'immigrazione.
Siamo un paese razzista? Io penso che, prima di emettere un giudizio, occorra guardare bene ai fatti e non farsi fuorviare dalla propaganda.
Allora, adelante con juicio.
Atteniamoci alla realtà e poi vediamo se, per caso, in Italia non vi sia un problema di sicurezza e di ordine pubblico, che non è legato né al colore della pelle, né a quello politico o di classe od area geografica.
L'immigrazione clandestina è o non è un problema? La violenza nelle grandi città esiste o no? Gli immigrati, bianchi o celesti, neri o gialli che siano, sono tutte anime innocenti o, siccome sono immigrati, per ciò stesso, devono essere giustificati in tutto ciò che fanno?
Finora, come lo struzzo, qualsiasi governo della seconda repubblica ha sostanzialmente fatto finta di nulla: non ha regolato il fenomeno, non ha impedito che degenerasse, ma ha consentito che dilagasse, inquinando lo stesso mercato del lavoro, con sfruttamenti ed abusi di ogni sorta, proprio a danno dei più deboli.
Io vorrei vederci chiaro, prima di emettere sentenze contro l'italiano, cattolico o no, definito razzista, magari, per pura strumentalizzazione ideologica contro la maggioranza al potere.
Quanto alla Carfagna, non mi pare abbia detto parole banali o superficiali. Per quanto bella, non è un'oca.
La chiesa cattolica, poi, mi pare l'istituzione che, fino ad oggi, si è schierata a favore degli immigrati, invocando maggiore comprensione ed apertura da parte dei soggetti pubblici e privati. Ma, in un momento in cui i problemi dell'occupazione diventano urgenti per il paese, non si può fare a meno di notare, come del resto sottolineava Marcello Foa, in un recente articolo post, sul suo blog, che la pressione dell'immigrazione, in aumento costante, provoca problemi assai gravi e delicati di compatibilità economico-sociale nella nostra comunità nazionale.
Un'ultima considerazione. Gli attacchi più velenosi contro la Ministra provengono da donne. Che una tale virulenza sia determinata anche dall'istinto di competizione femminile ? Vuoi vedere che se si fosse trattato di una rappresentate del gentil sesso meno graziosa ed avvenente, si sarebbero lanciati meno aculei contro di lei?
September 19
Confesso di aver ammirato Grillo come attor comico e di averlo detestato quando cominciò ad occuparsi di politica.
Il suo blog l'ho letto e contestato e non mi sarei aspettato alcuna evoluzione nel suo atteggiamento mentale.
Dopo l' 8 settembre le cose sembrano cambiare nel suo modo di vedere la politica e mi pare un passaggio positivo.
La partitocrazia ormai nessuno la criticava più e nessuno metteva nei propri programmi il suo abbattimento, quanto mai necessario per un effettivo rinnovamento sociale.
Non dico che passerei armi e bagagli con lui senz'aver verificato i punti qualificanti del suo programma che apparirà sul suo blog tra qualche giorno, ma ci sto facendo un pensierino sopra.
Si vedrà.
Se - oltre alle flebili voci di autentici contestatori del malaffare dei partiti come Massimo Fini - ci sarà un movimento che affronta seriamente il problema dei problemi del nostro paese -costituito dalla nomenklatura che ci governa come un'oligarchia e che ci riduce in schiavitù ogni giorno che passa utilizzando, con intenti onesti, persone competenti e libere ( a cominciare dalle liste civiche), ritengo sia compito di ogni cittadino dabbene prestare la dovuta attenzione e dare il proprio, piccolo o grande, contributo, per la demolizione sistematica dei privilegi della classe cosiddetta dirigente, arrogante e delegittimata -la quale ha finora badato ai propri comodi, piuttosto che all'interesse del cittadino, burocratizzando sempre di più i rapporti tra potere e sudditi, e sperperando il denaro pubblico.
E allora dico: Grillo? Perché no?
Al di fuori dei vieti schemi della destra e della sinistra, ben venga una rivoluzione culturale, autentica e libertaria, che spazzi via i cialtroni che non ci rappresentano e che ci opprimono.
Attendiamo il nuovo progetto e poi valutiamo e decidiamo di conseguenza.
Intanto, evviva il vaffanculo day!
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August 27
Ha ricordato, in un recente articolo, Paolo del Debbio, le distinzioni di Luigi Einaudi in materia di tasse e tassazione.
Secondo l’economista di Dogliani, esistono le tasse «economiche» e le tasse «grandine».
Le prime sono quelle che il contribuente apprezza come utili perché ne vede un ritorno per sé e per la società in termini di servizi e anche di incentivi allo sviluppo economico. Sono tasse che fanno bene.
Quelle che Einaudi chiama invece «grandine», si abbattono sull’economia nazionale come la pioggia sulle coltivazioni: la deprimono, quando non la distruggono.
Sono concetti semplici.
Perché non si tengono presenti quando si amministra il popolo?
Maliziosamente siamo portati a pensare che le somme sottratte al contribuenti non finanzino tanto i servizi ed incoraggino l’economia, quanto un apparato ed una nomenklatura, che ha fatto dello Stato un affare meramente privato, in funzione dei partiti e delle oligarchie che li rappresentano.
June 28 Caro Giuliano Gennaio,
ho ascoltato l'intervento in qualità di direttore di liberal cafe sull'attività dei blogger, durante il convegno di Tocque-Ville, "La città dei liberi", tenutosi recentemente a Sestri Levante e devo dirle, in tutta franchezza, che non lo condivido minimamente.
Molto succintamente, obietto.
Lei continua a parlare dell'ottocentesca distinzione tra progressisti e conservatori, come se fossero categorie reali, quando già Ortega y Gasset, a metà del novecento, le definiva semiparalisi mentali.
Che senso ha contrapporre il liberalismo, di cui nessuno, dico nessuno, è tenutario, alla conservazione e al progresso?
Non le basta affermare il primato della libertà sopra a tutto il resto, senza inutili e pericolose specificazioni ideologiche?
Lei, nella stesso incontro ligure, ha anche postulato, con forte determinazione, la necessità di fare politica per i blogger di area. Ma non si accorge che la gente è stufa di fare politica nei modi tradizionali e desueti, che lei vorrebbe applicare al mondo variegato e vivo del web-log?
L'obiettivo che si propone è di riesumare una certa militanza politica o partitica, attraverso internet, in vista delle prossime europee.
Perché?
Le interessa qualche scranno da giovane aspirante deputato, ambizioso ed intelligente?
Se tiene veramente a diffondere i principi liberali, rifletta bene sulla lezione di Gramsci, a proposito della conquista della società civile attraverso la cultura.
Beninteso, mediti sulla strategia, non sull' eventualità di manipolare le coscienze, alla maniera marxiana.
Oggi, la gente vuole idee, non politica.Vuole risposte ai problemi del momento grandi e piccoli, ampie vedute e prospettive, grandi spazi e aria pulita.
Compito dell'intellettuale non è quello di essere organico alla politica, ma di stimolarla, rinnovandola dall'esterno, evitando la trahison des clercs, caro Gennaio, e non di creare yes men al servizio del potere di qualsiasi colore sia, se vuole effettivamente servire la libertà ed il rispetto della persona umana.
Lasci ai partitanti di professione, ai candidati burocrati, ai farneticanti portaborse la bassa cucina della politica politicante
e si dedichi al think - tanks, a cui seguirà una nuova organizzazione sociale, moderna e rivoluzionaria.
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May 07
Tommaso Padoa Schioppa, illustre docente dell'Università Bocconi, ha dato alle stampe un libro sull'Europa, in cui analizza il generale stato di scetticismo delle nazioni, che ne fanno parte, nella volontà di costruire una Unione non solo economica, ma un vero soggetto politico protagonista fra le grandi potenze.
L'aspetto curioso del libro è il collegamento che l'autore stabilisce tra la mancanza di slancio ideale, la capacità di realizzare un sogno e il male oscuro dell'occidente, la malinconia.
Un accostamento assai interessante, che può meravigliare, ma che invita a riflettere sulla condizione delle società contemporanee del vecchio mondo.
Sembra inevitabile la constatazione di una perdita di energia vitale con l'avanzare del progresso materiale e sociale, quasi fossero due facce della stessa medaglia.
La malinconia pare il vero problema europeo, ovviamente intesa in senso metaforico, ma con addentellati precisi ad un diffuso disincanto.
Storicamente una pessimistica visione del mondo, negli spiriti più attenti è sempre esistita.
Un concetto costantemente presente nella cultura occidentale, un tema di grande respiro, all'interno di discipline tradizionali come la ilosofia e la religione, come testimoniano le opere di Aristotele.
Sulle vie che un tale stato d'animo può far intraprendere alle classi dirigenti, agli uomini grandi, i quali - pur avendo la consapevolezza del proprio valore - soffrono dell'incapacità di raggiungere le loro alte apirazioni, avendo ben chiara la propria insufficienza si sono esercitate menti illuminate.
E' pregnante la definizione della melancolia come "nostalgia di ciò che è perfetto".
Variamente interpretata con i termini equivalenti di accidia, spleen, umor nero, essa afflisse nell'antichità eroi come Ercole e nell'età moderna statisti come Churchill, fu studiata da filosofi e dommatici, fin quando la medicina dei nostri giorni, la psicologia, la psichiatria, non coniarono la parola depressione, la quale, nel declino della civiltà occidentale, conta oggi massicce conquiste tra le popolazioni europee e nei reggitori dei governi, ma probabilmente, a nostro sommesso avviso, senza una presa di coscienza adeguata da parte delle vittime e qualsivoglia intendimento di reagire e di vincere la malattia.
Un altro sintomo della massificazione imperante e dell'assenza di élites selezionate. February 02 Non sembri irriverente il paragone con gli ebrei perseguitati, ma il trattamento riservato al giornalista-scrittore Massimo Fini è paradossalmente simile, almeno sul piano dell'ostracismo intellettuale, a quanti subirono le restrizioni della propria libertà sotto i regimi totalitari in nome della discriminazione razziale.
Fini appartiene alla categoria antropologica degli eretici e dei rompiscatole, una specie umana, che, anche sotto i regimi cosiddetti democratici. Non è gradita alla classe dominante e all'industria culturale.
Una stirpe destinata a scomparire nell'epoca del livellamento e dell'omologazione, del conformismo di massa.
Ebbene un non meglio precisato direttore di rete, appartenente all'area leghista, a cui Fini non ha mai, fra l'altro, fatto mancare il proprio supporto culturale, difendendola ai tempi della più accesa contestazione giudiziaria e politica, gli ha negato la possibilità di partecipare ad un dibattito con Paolo Del Debbio sul tema, quanto mai cruciale, della globalizzazione, nella trasmissione di Gigi Moncalvo denominata "Il confronto".
La ragione?
Fini è in causa con la Rai, in quanto questa, non condividendo l'impostazione libera che l'autore voleva imprimere al programma, non ha mandato in onda "Cyrano", rubrica che sarebbe risultata sgradita ai padroni del vapore, ed è per pura ritorsione, che gli è stato negato ora l'accesso alla Tv di Stato.
Quella televisione "al servizio del pubblico", dove perfino gli sproloqui di Celentano sono stati ammessi a suon di milioni e dove si prepara il rientro trionfale di Michele Santoro, una volta finita la campagna elettorale, grazie alla lobby degli ulivisti.
Se questo non è razzismo, che cos'è?
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November 30 Renato Soru, Presidente della Regione Sardegna è in guerra, non da oggi, con il Governo centrale, per una serie di problemi interni, legati ad un'economia locale finora assistita dalle finanze pubbliche ed ora in difficoltà per la congiuntura che colpisce indiscriminatamente, ma che con il federalismo e la legge finanziaria mette in luce le contraddizioni di un sistema d'indebitamento generalizzato e di clientelismi spinti all'eccesso a causa dell'imperversare della partitocrazia.
Stavolta la posta in gioco è veramente importante perché si tratta d'incamerare miliardi non versati fin dal 1991 dallo Stato alla Regione in materia d'imposte e tasse.Per sette decimi gl'introiti percepiti dalle finamze statali andrebbero infatti versati alle casse regionali, per un accordo stipulato ai sensi del vecchio statuto speciale sardo.
Senza voler entrare nel merito della diatriba e di norme, probabilmente da aggiornare in coerenza con i nuovi principi federalisti, quel che colpisce è l'atteggiamento aggressivo del Presidente nei confronti di una compagine governativa ritenuta politicamente avversaria e quindi da attaccare a testa bassa, con baionetta ed elmetto, in tempi difficili per la maggioranza della popolazione e del Paese.
Quel che stride con il comune buon senso ed i più elementari principi di teoria economica è piuttosto la pretesa di ottenere, dopo anni di silenzio ed inattività dei rappresentanti politici regionali, tutto e subito, a dispetto degli obiettivi ostacoli non agevolmente superabili, da qualsivoglia punto di vista si voglia osservare la situazione dell'Italia.
Ma l'italia che cos'è per Mr. Tiscali?
E o no il Paese che ha fatto per un certo periodo la fortuna della sua azienda?
Perché mentre si parla di federalismo sociale, non si riflette sulla solidarietà tout court per l'insieme delle Regioni, che compongono bene o male uno Stato unitario, anche con le autonomie e l'autogoverno regionale?
Quale esito può ottenersi da un scontro aperto, piuttosto che da una moderata composizione delle esigenze locali e generali?
E' sicuro il Presidente Soru che, in questo modo, faccia l'autentico interesse della sua Regione o non la esponga, piuttosto, ad ulteriori difficoltà, laddove non vi sia armonizzazione in materia economica e finanziaria tra la politica autonomistica e quella centrale?
Ci pare che il Governatore abbia assorbito dalla sua esperienza politica più lo spirito rivendicativo che non quello collaborativo, cardine dell'educazione cattolica che pure ha ricevuto, e confonda la solidarietà e la sussidiarietà in tema di federalismo con il giustizialismo postmarxista, tanto da pensare d'imporre ulteriori tassazioni a carico di chi abbia un'abitazione o svolga un'attività in Sardegna, quasi fosse una colpa investire nella sua terra o sia un abuso fissarvi il domicilio o la residenza.
E' la mentalità giacobina che preoccupa in Mr. Tiscali, il suo ostinarsi a considerare la ricchezza non come un traguardo da ampliare a beneficio della popolazione, ma un'anomalia da eliminare, e lo Stato come un nemico da contrastare e forse da abbattere.
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